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mercoledì 23 luglio 2014

"Se l'umanità è sorda..io posso anche essere muto"

"Se l'umanità è sorda io posso anche essere muto".
E' dalla sentenza di 'Zi Nicola' ne "Le voci di dentro", che si snoda il teatro onirico di Eduardo affondando il senso del malessere sociale più in profondità di quanto possa accadere in altre opere o addirittura in altri autori.
Conosco questa opera, con il respiro che va dietro ai respiri, il tacermi dietro le pause, e la sorpresa costante di trovare sempre un senso più vero nelle parole.
Chiaramente, nel corso del tempo (e degli studi) nessuno poteva dirmi che avrebbe segnato come poche altre opere, un riferimento per quello che il Moscovici chiamava 'la realtà come rappresentazione'.
E forse è proprio di questo che si tratta.
Ne "Le voci di dentro" la realtà si incarta in un ricordo, si intoppa quando il ricordo diventa sogno, per consegnare altra realtà, attraverso vaghezza e molteplicità di interpretazione, su un bel vassoio di consapevolezza.
Credo che si tratti di una delle opere più capaci di penetrare gli abissi dell'animo umano, torbidi, fuori luogo, imbarazzanti.
A differenza di "Uno, nessuno e centomila", fangosi, impervi, risucchianti, dove l'uomo ne viene fuori come in un tritacarne: frantumato da non potersi ricomporre più.
Dissociato dal non sapersi indicare nemmeno a se stesso, come unico centro il decentramento da sé, l'alienazione della guerra, la fame, la scimmia, la farneticazione, la lussuria, la codardia, l'ammiccamento, la seduzione, il furto di identità e ruoli rappresentativi e status sociali e viceversa.
La commedia eduardiana non è carta carbone di nulla, è un unicum storico di respiro primordiale.
La si potrebbe immaginare come un'opera scritta da Eschilo, che immaginava il futuro.. magari in un secolo con due guerre mondiali e più precisamente una Napoli dopo la seconda.
I personaggi 'si svegliano' in scena, nel senso letterale e prettamente narrativo del testo, e questo, già offre spunti importanti di rendicontazione simbolica.
Ognuno di loro racconta un sogno, e inizia Maria, 'la cameriera', per tanto 'un'ultima' nella scala sociale. Una che lavorava per vitto, alloggio e poche lire, forse per un biglietto di andata e ritorno per andare a trovare i suoi parenti, semmai ne avesse ancora avuto qualcuno vivo dopo la guerra.
La narrazione inizia mentre lei si guarda allo specchio: il ricordo di un sogno, diventa la ricerca di un'identità.
Al suo racconto onirico, segue il racconto di 'Donna Rosa', per cui 'la più nobile' nella scala sociale della Napoli di allora, specie se si tratta di una anziana signora che non ha fatto ricorso al matrimonio, ma si è sempre 'vestita di panni suoi'. Tutto il contrario del concetto di zitella o tanto meno single che aleggiano da 30 anni a questa parte, così contrario, che è quasi impossibile da intendere.
Il racconto del sogno rivela la doppia denuncia della 'malafede'.
'Malafede' come veleno dolce che tutti amano ormai bere, che accomoda quella prostituzione dell'anima, quella imbecillità d'intelletto che oggi ben capiamo, quella lobotomizzazione melensa tanto condannata e tanto praticata dal primo uomo post-moderno del dopoguerra, con il sadismo per forza di cose nocivo di un diabetico in coma glicemico che mangia dolci e col viso sporco di creme e zucchero, nega 'verbalmente' di non farlo e 'verbosamente' di non esserne neanche in grado pur volendo.
Mentre è lì che lo fa: campanilizzando la sua visione del mondo come una casa di marzapane, o un bordello dove è meglio godere, almeno fin quando e dove godere è sinonimo di non essere fottuti.
Queste avanguardie visionarie portano Eduardo a far si che un uomo venga accusato di omicidio per un sogno fatto per la fame ('ci mangiammo cient' gramm' a uliv' e un piede di porco in due' ) o forse per la sete di giustizia ('forse erano una sciabola e una bilancia..') che lascia scosso e tormentato il 'sognatore-accusatore-protagonista-unica-vittima', a cui si chinano tutti gli eventi come se la menzogna fosse una estrogenica presenza elegante in una sala da ballo piena di uomini in ritorno da una guerra.
Eduardo interpreta questo sognatore Alberto Saporito e lo porta ad accusare tutti i Cimmaruta di omicidio, per poi ricordare in un lampo, dopo vaghe ricerche delle prove che le 'prove' non ci sono, confidando al portiere "Me l'agg' sunnat' Miché!".
Nel "Vui che dicite 'on Albe'!" E' tutto lo sconforto e il sonno profondo di una malvagità non accettata, anzi combattuta e respinta della figura del 'portiere'. Umile, semplice, servizievole, comprensivo, arguto e disponibile anche a mostrarsi ingenuo, pur non essendolo.
Il tutto cambia non appena i Cimmaruta vengono a sapere che Don Alberto non vuole mostrare le prove, non credendo minimamente che il fatto possa essere stato sognato, se non per paura di una vendetta.
I Cimmaruta, per tutto il secondo atto, vanno uno ad uno a Canossa, scommettendo su chi possa aver commesso il reato e accusandosi per tanto l'un l'altro.
"A moglie co marito, o marito ca' mujera, o frate ca' sora, o nipote ca' zia".
Tutti si sono insospettiti l'uno dell'altra vantando ragioni argomentate e lo scandalo tutto s'incentra nell'accusa reciproca di un reato da ascrivere a peccato veniale che si può commettere all'ordine del giorno.
L'approfittare di Carlo Saporito, fratello di Alberto Saporito, di vendere 'i quattr seggiole e l'uocchi pe chiagnere' a Ciccillo Capa D'Angelo  crea un dramma nel dramma, aumentando la percezione del male nel male, nell'imperversare della perversione, nella palingenesi di una Genesi sempre attaule, in cui Caino e Abele (con tanto di iniziali Carlo, Caino- Abele, Alberto) sono sempre pronti a rinverdire i decadenti giardini dell'Eden.
Oltre al reato di omicidio (sognato o meno), si annida la trama del fratello contro il fratello, verbalizzata sine verba a suon di botti e fuochi da Zì Nicola (detto 'Sparaviezza').
Eduardo nel ruolo di Don Alberto Saporito interpreta i fischi e i botti di Zì Nicola (Sparaviezza) che chiede della vicenda
Nel momento appena precedente alla sua morte (su un fondale verde come segnale di via libera, perché 'dice che l'uomo è libero solo di morire') parla e domanda a Don Alberto, chiamato a rivelare la sua saggezza e il suo aforisma perfetto con cui è cominciato questa breve riflessione sull'opera: "Se l'umanità è sorda, io posso anche essere muto".
L'unico personaggio muto, è l'unico che si pone il problema.
Questa è "Le Voci di dentro". Questo è quello che si sente, l'amplificazione del malessere, il dialogo tra ego plurali senza orecchio, ma dotati di lingue biforcute. Un vero e proprio dialogo tra sordi, quello con i propri sé, i propri sdoppiamenti, nel languore di un'apparente appagamento di identità furtive e furti di identità, di domande poco chiare, di risposte ancor più vaghe che l'uomo sconvolto senza Dio, senza la disposizione d'animo di credergli più dopo i massacri della Seconda Guerra Mondiale, pone direttamente a un eventuale Demonio, senza sapere che l'altro senza l'uno ne esce imbarazzante e depauperato perfino nella cattiveria che vorrebbe e quella 'malafede' che da iniziazione sordida di costume facile, diventa chiara condanna finale del vivere impossibile, lo ingoierà solo per mancanza di fede, da intendersi non per a-teismo, quanto per a-postasia: la negazione della sua natura.
Assenza di fede in Dio, diventa assenza di fiducia nell'uomo, e l'assenza di fiducia nell'uomo, nelle vette del suo spirito, della sua bellezza, nella sua unicità, genera mostri, li offre in pasto a vaghi incubi, trasforma tutti in ladri, puttane e assassini, e si nutre di ghigni e sghignazzi in accordo al nome esegetico del Demonio: il Mistificatore.
Il dramma iniziale che lascia avallare il sospetto di omicidio per la scomparsa del presunto assassinato Aniello Amitrano, si consuma e conclude in commedia con un fuoco di paglia: Aniello Amitrano era andato a stare dalla madre per una discussione con sua moglie.
Il dramma resta negli occhi bassi di chi si è accusato, ma forse ancor di più nelle parole di chi 'finalmente' nel senso letterale, può e deve rilevare e rivelare che il vero omicidio è nel sospetto generato dalla malafede, generata dall'assenza di fiducia nell'uomo, generata non dall'assenza della 'fede' (sono tutti credenti), ma dalla negazione dell'esistenza di Dio nell'uomo.
Don Alberto Saporito diventa l'anima buona di Sezuan e i Cimmaruta i Giudici incapaci.
I paralleli tra Eduardo e Brecht e la loro visione d'insieme comune pur proveniente da culture diverse, non a caso, nello specifico italiana e tedesca, ci raccontano un'Europa che è stata male, che è peggiorata, e che non intende guarire.
"Se l'umanità è sorda io posso anche essere muto" diventa il mantra di una pigrizia che vuole diventare congenita, tossica, acida, per sfornare mancanza di identità e cultura, come dice Tullio Tentori, affidandosi a sbornie e borie, affondando in bave e bui, senza concedersi risalita alcuna entrando nelle sabbie mobili della psiche che si vende non solo l'anima al diavolo, ma la sua stessa storia, per non volerci entrare, precludendosi così la possibilità di conquistarsi un futuro, offrendo il Diavolo qualunque somma perché ci si limiti all'acquisto.
Una sorta di "preghiera consapevole" per chiunque si limiti ad esprimersi in fuochi d'artificio.
Finzione.



Elisa Pistolesi ©














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