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sabato 20 luglio 2013

Dal pret a porter alla demoda

La moda come la conosciamo oggi, che potremmo definire 'demoda', per mia iniziativa, nasce non a caso nel dopoguerra e ciò che mi stupisce di tutto quello che mi trovo spesso a leggere è l'omissione di alcuni dati circa la sua genesi.
Questa si fa risalire agli anni cinquanta per coincidenza del boom economico e dell'industrializzazione.
E' un falso storico assurdo.
Infatti, boom economico e industrializzazione, possono essere considerate al massimo, concause, contingenze, ma niente di 'prettamente' legato alla nascita del 'pret-a porter'.
Da che mondo e mondo, l'abito è stato sempre identificativo del ceto sociale d'appartenenza.
Se assistiamo a una qualsiasi rappresentazione teatrale siamo in grado di distinguere una regina da una popolana, un re da un inserviente, e è inutile nascondersi che ancora oggi, la mise, è una cartina di tornasole della ricchezza.. che sia poi paventata o reale, non ci è dato saperlo, ma per la maggior parte dei casi, se una donna sceglie una pochette di Valentino da 12000€ difficilmente avrà 12€ di capitale.
E sempre l'abito è stato identificativo di culture.
Un indiano d'America non vestiva come un beduino del deserto, né questi come un senatore romano, né questi come un gladiatore, né questi come un vichingo, né questi come un giapponese.
Ceto sociale, ruolo svolto all'interno della cerchia sociale, cultura identificabile e di conseguenza politica rappresentata erano i fili del tessuto.
Tornando a bomba, notiamo che il falso storico è alla radice della spiegazione data con le parole  'industrializzazione' e 'boom economico'. Perché?
L'industrializzazione risale certamente al XIX portiamo ad esempio la nascita della prima linea ferroviaria di Londra, per arrivare al giro del secolo, esattamente nel 1900, il mondo scopriva la luce artificiale, ossia la prima lampadina Osram.
E' chiaro che la modernizzazione e l'ammodernamento non furono istantanei, ma alla gestazione del pret a porter possiamo assistere con Coco Chanel, che confezionava abiti 'nudi' potremmo definirli, facili da indossare, pret a porter, senza pizzi, fronzoli, taglio corto, collane di perle a giro senza pietre: uno scandalo!
catenelle per borse ..e che nel 1929 contava la produzione già di 20.000 modelli l'anno e risentiva della depressione economica che stava investendo gli USA.
Non si può sottovalutare l'importanza di Poiret e della Schiapparelli, ma senza dubbio, non hanno ereditato l'influenza di Chanel, come lei non ereditò mai il pur suo brevetto del famoso profumo
 N°5.
Cosa accadde tra il 1930 al 1950? La guerra, mondiale. La bomba atomica, la fine del Reich che aveva sconvolto il mondo, la fine dell'impero nipponico, etc... E la popolazione dove prendeva i soldi per comprare i vestiti? Quasi nessuno aveva un frigorifero! Il famoso ERP (European Recovery Program) meglio noto come Piano Marshall, venne attivato nei canali superiori soltanto tra il 1951 e il 1956.. come poté ad arrivare alla massa, ancor prima di essere siglato? L'Europa era già stata divisa in zone d'influenza, come una torta.. e la ciliegina fu Berlino, fino alla costruzione del muro.
La politica era chiara, semplice. Da una parte il Socialismo Sovietico che interpretava l'arrogante superiorità culturale dell'epoca per chiara opposizione al Nazi-fascimo, (tutto quello che era anti nazi-fascista era 'buono') e il Capitalismo, che interpretava la superiorità economica, esigeva la democrazia, la libertà, il confronto poiché il commercio era basato sulla concorrenza ed era di conseguenza meritocratico.
Questo ha prodotto il miglioramento costante e continuato di tutti i beni e servizi.
Ma la Primavera di Praga, le rivolte d'Ungheria, la guerra in Vietnam,  i movimenti studenteschi, il famoso '68, il divorzio, l'aborto, il non-allineamento a nessuna politica massificata esistente, sia appartenente al Socialismo Sovietico che al Capitalismo d'Occidente, danno in pasto alle masse un solo modello: la televisione, perché tutto questo veniva trasmesso nelle case attraverso il piccolo schermo.
E' la televisione che determina la massificazione della nascita del 'pret a porter' perché sia il mero notiziario, che il varietà, costituivano la possibilità da parte degli stilisti di una continua sfilata, tutto questo puntando su un appeal del modello centuplicato rispetto ad oggi.
Non esistevano mille canali, mille visi, mille palinsesti.
Le donne emulavano le star televisive come dee, dalle più abbottonate come le annunciatrici, alle più disinibite come le soubrettes. E così gli uomini. La televisione aveva un ruolo rigidamente arbitrario sulle coscienze e sulle tendenze, perciò, certi messaggi, sotto certa politica, non passavano e per assistere al loro sdoganarsi bisognerà attendere primo, i servizi ai notiziari circa i movimenti studenteschi, che costituirono il primo shock per il perbenismo imperante, e, secondo non per importanza, la nascita della tv privata. Siamo già negli anni '80, l'Italia, in particolare Milano, è teatro delle violenze degli anni di piombo. Ancora una volta, la mise, identifica l'appartenenza politica e dal rifiuto di quella violenza, esplode come magma sotterraneo l'attuale, industrializzatissimo, eterogeneissimo 'pret-a-porter' che per tutti gli anni '80 fino ad oggi, confonde le acque dell'identificativo politico, sebbene sia quasi impossibile liberarsene definitivamente..
Si è così conclusa la parabola dell'abito che fa il monaco.
Tanto che uno dei problemi più assillanti con cui ognuno di noi deve fare i conti è proprio che non sappiamo chi si nasconde dietro quel 'tipo normale'. Il problema dell'identificazione del malvivente, è importantissima in una società e questa moda, che rende tutti uguali, ha prodotto addirittura il 'terrorista' al giro del millennio.
Che sale come uno di noi e provoca un ecatombe con un click da sotto il comunissimo giacchetto.
E qui, sono certa, che anche i più riluttanti a considerare la moda un argomento importante, stanno riflettendo.
Non c'è accessorio, non c'è firma, non c'è stilista che non abbia investito tutto sul rifiuto dell'identificativo politico, e proprio per questo la confusione, la convulsione, aumenta vertiginosamente. Non c'è nessuno che non abbia sfruttato il potenziale del corpo femminile svestendolo fino a consegnarlo all'attuale pornografia imperante di internet, con naturalezza estrema e senza indugio, trascurando la moda maschile per poi recuperarla lanciando avallando nuovi orizzonti sociologici: l'omosessualità da una parte, l'omofobia da un'altra.
Si potrebbe quasi azzardare a dire che, dove non c'è cultura condivisa, non c'è moda, non si fa tendenza, e quindi non si influenza, ma anzi si viene influenzati come capita per questo quella di oggi azzardo a definirla demoda. Le collezioni diventano un esercizio di stile, di abilità, giammai un valore aggiunto al modus vivendi di chi le indossa, perché come nel caso degli italiani, non hanno più una tradizione e non è il caso di sottolineare 'salda'.
Ci si vergogna della tradizione, della propria storia, con un rifiuto a priori che a distanza di due generazioni da quella guerra e a una dagli anni di piombo, i giovani che saranno interpreti delle tradizioni di domani non avranno niente da interpretare poiché ciondolano in un universo che fagocita tutto quello che viene da fuori, ancora una volta, 'identificando' "esotico" in  "migliore".
Sono gli altri ad apprezzarci, ma come faremo a rinnovare quell'apprezzamento che ci vale miliardi di euro ogni anno?
Per concludere, anche se ce ne sarebbe da dire..
C'è stato un tempo dall'homo sapiens, fino a 50 anni fa, in cui la politica influenzava la cultura e di conseguenza determinava le linee della 'moda' che sfociavano in mille tendenze.
Oggi quel tempo non c'è più, con la sola differenza che  mille tendenze per quanto battage pubblicitario ci sia dietro, non determineranno mai una moda, che non farà mai troppo 'cultura', figuriamoci politica.
Ma il rischio che si corre è proprio quello, fare dell'evento, moda o meno che si voglia, la storia e ridurre la storia a un evento.

di
Elisa Pistolesi
riproduzione riservata






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